
domenica 8 gennaio 2017
mercoledì 13 aprile 2016
Nato Malvagio - racconto sulle origini del Male
Dopo essersi distaccata
dall'autostrada, la strada che conduceva alla casa-vacanza per
ragazzi con problemi psicomotori passava attraverso una zona
collinare, lontana dalle grandi città. Pali della luce e qualche
villa isolata erano gli unici elementi artificiali che correvano nel
paesaggio. Un sole freddo di metà mattina illuminava l'utilitaria
rossa. Isacco gettò la sigaretta fuori dal finestrino e diede
un'occhiata a Gabriele, seduto sul sedile affianco, che lo guardò
distrattamente come al solito per poi girarsi dall'altra parte.
Isacco sorrise.
Entrati in un piccolo
paese, alla vista di un bar Isacco accostò la macchina. Gabriele
sceso dall'auto iniziò a far schioccare le dita e a saltellare
gridando “Pipì! Pipì! Pipì!”
“Gabriele vieni! Qui
c'è un bagno, mi raccomando trattieniti!”
Isacco prese per mano
Gabriele e lo portò dentro il bar, foderato da assi di legno vecchie
di almeno trent'anni e ricoperto da foto, cartelli, pubblicità e
memorabilia così kitsch da rendere il tutto paradossalmente
caratteristico.
“Un caffè e un
bicchiere d'acqua per favore, intanto usiamo il bagno.”
“Serve la chiave...”
replicò il vecchio e pesante barista con un forte accento rurale.
“Ma che ha il ragazzo?
E' scemo?” Gabriele fissava il vuoto con la bocca aperta. Un goccio
di saliva pendeva da un lato della bocca.
Isacco trattenne un
vaffanculo ed allontanò la tazzina dalle labbra “No, è autistico.
Lo sto portando al Rifugio Arcobaleno per una vacanza. Sono il suo
accompagnatore, vero Gabriele?” Isacco asciugò la saliva con un
tovagliolino e fece bere un po' d'acqua a Gabriele.
“Scusi...sa, qui di
mongoloidi non se ne vedono tanti...non è che si è offeso?”
“...No, si figuri...”
Isacco ora voleva proprio uscire “Mi potrebbe dire come raggiungere
il Rifugio Arcobaleno? Manca molto?”
“Ma no! Sarà neanche
un'ora di macchina. Continua dritto e al primo bivio prende la strada
a sinistra che va a salire sulla montagna. Poi sceso dall'altra parte
sempre dritto e se lo trova proprio davanti. Lì ci vado con le mie
nipotine che ci sono le giostre...non sapevo che facevano le cose per
i mongoloidi. Dice che ce le posso portare le nipotine con questi qui
o è pericoloso?”
“...Penso di si, se
sono ammaestrate.” Il pesante e inopportuno barista non capì la
battuta. Meglio così, pensò Isacco.
La strada iniziò ad
arrampicarsi sulla montagna. Gli alberi prima sparuti, poi sempre più
fitti, presero il posto dello scarno paesaggio collinare. La luce del
sole non riusciva a raggiungere il suolo ed era ancora più fredda,
nonostante fosse passata l'ora di pranzo. Il corridoio di alberi fu
interrotto dall'improvviso chiudersi delle pareti di roccia che ora
stringevano la strada da tutte e due i lati. Cime grigie e austere
svettavano sulla gola. Isacco si girò verso Gabriele, che lo
stava fissando. Isacco deglutì mentre il suo scroto si
raggrinziva e un brivido freddo correva lungo la schiena, Gabriele si
girò. Le pareti di roccia lasciarono nuovamente spazio al corridoio
di alberi.
Il Portale era stato
varcato.
“Pipì! Pipi! Pipì!”
“Ma quanto dura questo
cazzo di bosco?”
Scesi dalla macchina
Isacco abbassò i pantaloni di Gabriele.
“Gabriele, stai attento
e non farmela sulle mani, ok?”
Gabriele pisciò in
silenzio.
Scrollò il pisello di
Gabriele e tornarono verso la macchina. Una figura era ferma
dall'altra parte della strada, comparsa dal nulla. Il
corpo nudo coperto di sangue fresco e raggrumato, che cadeva a tocchi
qua e là, martoriato da fratture multiple e scomposte assumeva una
postura sbilenca, con le gambe piegate ad incrociarsi, il busto
pendente da un lato e le braccia come affette da paraplegia. Il pene
mutilato ciondolava attaccato ad un lembo di pelle. Attraverso un
foro una corteccia inchiodata al volto rivelava un occhio sgranato,
supplicante, sofferente, agonizzante.
Isacco si fermò
immediatamente e si mise davanti Gabriele per proteggerlo.
L'inquietudine che trasudava l'uomo con la maschera smorzò ogni
parola di Isacco.
“...”
L'uomo
con la maschera di corteccia allungò lentamente un braccio
cremisi, indicando le spalle di Isacco, che meccanicamente si girò.
Gabriele era sparito. Si rigirò di scatto. L'uomo
con la maschera di corteccia non c'era più. Sudò freddo,
guardò prima dentro e poi sotto l'automobile. Si mise le mani fra i
capelli. Stava per piangere. Una serie di schiocchi di dita
riecheggiarono innaturalmente tra gli alberi.
“Gabriele! Gabriele!”
Isacco vagava tra gli
alberi a fatica incespicando. Il telefono non prendeva. Era solo.
“Gabriele! Gabriele!”
Anche
se avesse sentito, come avrebbe potuto rispondere? Un sordo
richiamo per uccelli.
Mille ipotesi paranoiche
turbinavano: era finito in un fosso e si era rotto una gamba. Era
stato attaccato da un animale selvatico e giaceva con l'intestino
penzolante. Avrebbe vagato fino allo stremo delle forze morendo solo
come una bestia...e poi l'uomo con la maschera di corteccia...era
reale? Era un incubo ad occhi aperti?
Si fermò e guardò
dietro di sé, realizzando che si era inoltrato troppo nel bosco,
perdendosi. Si accasciò a terra in ginocchio e scoppiò in lacrime.
Avrebbe ritrovato la strada? Sarebbe morto in quei boschi? Se fosse
tornato cosa avrebbe raccontato? L'angoscia fu incontrollabile. Le
lacrime bruciavano i bulbi oculari.
“Ciao.” Una voce.
Isacco si guardò
intorno. Una ragazza si stava avvicinando con un bastardino al
seguito.
“Ciao” imbarazzato si
asciugò le lacrime “Credo di essermi perso” e abbozzò un
sorriso ebete.
“Credo di essermi persa
anche io e il cellulare non prende”
Il cane annusò Isacco
scodinzolando e gli leccò il viso. Isacco si lasciò pervadere dal
gesto di affetto puro e spontaneo, rincuorandosi e prendendo forza.
Lo accarezzò. Era tiepido.
“Come si chiama?”
“Anubi”
“Anubi?!..Come il cane
di Gabriele...” Isacco si alzò in piedi.
“Come scusa?”
“...No, scusa tu.
Gabriele è il ragazzo autistico che era con me...prima di
perdersi...Lo stavo accompagnando in macchina ad una casa-vacanza.
Era sceso un attimo per fare pipì, ma è scomparso...lo sto cercando
disperatamente.” Cercò di sorridere trattenendo le lacrime. Omise
volontariamente la parte dell'uomo
con la maschera di corteccia, non essendo sicuro che
fosse un ricordo reale o meno, o perlomeno non voleva risultare pazzo
alla prima impressione.
“Tu come ti chiami?”
“Mi chiamo Giuditta,
abito da queste parti. Stavo facendo una passeggiata con il cane, ma
mi sono persa.”
Isacco non fece parola
del fatto che Giuditta era il nome della donna delle pulizie che
lavorava a casa di Gabriele. Troppe coincidenze, in una situazione
troppo assurda.
Vagavano nel bosco da
ore. L'aria fredda e umida correva tra gli alberi ingrigiti dalla
luce del crepuscolo.
Isacco osservò parecchio
Giuditta. Avrà avuto vent'anni circa, ma in modo indefinito, avrebbe
potuto averne quindici o trenta. La sua andatura tutto sommato
regolare, aveva un non so che di meccanico e artefatto. Lo sguardo
immutabile era come disegnato sul volto. Anubi la seguiva dritto per
dritto come attaccato ad un filo, senza annusare freneticamente il
bosco come avrebbe fatto un normale cane. Isacco si teneva ad una
certa distanza pervaso da una leggera inquietudine.
“Hai detto che abiti
qui vicino, vero? Dove di preciso?”
“In un piccolo paese.”
“Come si chiama?”
“Moria.”
Isacco deglutì. Moria
era il paese di montagna dove la famiglia di Gabriele aveva una casa
per le vacanze...e non si trovava da quelle parti. Un'idea
assurda cominciò a svilupparsi nella mente di Isacco.
Il rifugio era illuminato
a malapena dalla luce del crepuscolo. Era interamente in legno, di
forma squadrata; sul tetto spiovente faceva capolino la canna fumaria
di un camino da cui usciva del fumo. Su un lato era disposta
ordinatamente della legna protetta da una tettoia. Una fioca luce
rossa si intravedeva dalle piccole finestre.
Lupacchio il
Taglialegna viveva in una casetta in legno sulla montagna...
“Finalmente! Giuditta,
proviamo a bussare.”
Nessuno aprì la porta. I
due aspettarono. La poca luce del sole rendeva visibile solo il
bianco delle pupille di Giuditta, così bianche, così strane. Anubi
era immobile.
“Io entro.” Disse
Giuditta, girò la maniglia ed aprì la porta.
Lupacchio abbatteva
gli alberi con la sua ascia, poi li faceva a pezzi e caricava la
legna dentro un grande cesto che si metteva sulle spalle...
L'interno
era costituito da un'unica stanza. Pelli di animali tappezzavano il
pavimento e i muri, illuminate dalla calda e fioca luce dei tizzoni
ardenti del camino. Giuditta vi gettò un ciocco di legno e lo
attizzò soffiando dentro una canna di metallo brunito e Anubi si
accucciò su una pelle davanti il tepore delle fiamme.
“Che
fai Giuditta...”
“Preparo
la casa in attesa del ritorno del padrone.”
Isacco
fissò ipnotizzato il fuoco e si accorse che delle piccole ossa
spuntavano dalla cenere.
Lupacchio procedeva a
passi pesanti verso casa, trascinando la rete carica delle sue prede.
Piangevano, pregavano, supplicavano. Lupacchio li sentiva, ma sapeva
che presto avrebbero taciuto, perché a lui piaceva la carne
morbida...
“Qualcuno si sta
avvicinando...”
“Non avere paura.”
Con voce monotona.
Lupacchio fece cadere il
suo carico di legna sotto la tettoia. Prese l'ascia ed entrò, in
tutta la sua imponenza.
Isacco ebbe una stretta
in gola e gli si chiuse lo stomaco.
“Salve, mi chiamo
Isacco, ci siamo persi...”
Poi vide il carico
dell'enorme uomo barbuto ricoperto di pelli e armato di ascia. Un
ammasso di bambini tra i tre e i cinque anni si contorcevano in una
rete di canapa dalle grosse corde intrecciate. Gemevano con le
lacrime agli occhi, alcuni mugugnavano ricoperti da escoriazioni
sanguinanti, altri erano forse morti, forse svenuti. Isacco conosceva
quell'uomo. Era Lupacchio.
“Così Lupacchio si
preparò a cucinare i bambini del villaggio, ma il più coraggioso si
finse morto e quando il taglialegna stava affilando la sua ascia, con
tutte le sue forze lo spinse nel fuoco dove bruciò in pochi istanti.
Così liberò i suoi amichetti che tornarono al villaggio dalle loro
mamme e papà! Ti è piaciuta questa storia Gabriele?”
Gabriele fissava il
vuoto, desiderando come ogni volta che Isacco gli raccontava quella
favola, che i bambini fossero trucidati da Lupacchio.
“Te l'ho detto Isacco,
non devi avere paura, vogliamo solo farti a pezzi, smembrarti,
strapparti la pelle e cavarti gli occhi. Sarà una lunga agonia per
te, ma sarà divertente.” proferì Giuditta calma e serafica.
“Co...cosa?”
Anubi ringhiava verso
Isacco e si gonfiò come un pallone. La pelle si lacerò e il pelo si
macchiò di sangue marrone ribollente, prendendo la forma di un
aborto dentato che si avvicinava minacciosamente. Isacco cercò di
scappare, ma riuscì solamente a chiudersi in un angolo. L'essere
informe si avvinghiò intorno alle caviglie e salì verso i polpacci
lacerandoli con artigli e denti. Lupacchio lo afferrò e lo sbatté
sul tavolaccio di legno, bloccandolo per le spalle per permettere
all'aborto di carne e peli di incollare letteralmente le gambe
martoriate di Isacco al legno con il la sua consistenza molliccia. I
bambini nella rete si erano fusi in un ammasso di bocche e occhi,
intonando una litania di lamenti e gorgoglii che raggelò il sangue
di Isacco. Giuditta afferrò un lungo coltello avvicinandosi con
movimenti scomposti e meccanici. La bocca si aprì fino a strappare
le guance, distaccando la parte superiore della testa che cadde a
terra pesantemente. Una lunga lingua scarlatta serpeggiò
freneticamente dalla gola dimenandosi nell'aria. Isacco urlava
terrorizzato mentre il mostro dalla lingua saettante gli provocava
dei profondi tagli su tutto il corpo. La tortura andò avanti per
parecchio tempo, fino a quando il demone afferrò i capelli dell'uomo
cominciando ad incidere il collo. Isacco solo a quel punto pronunciò
poche e flebili parole: “Gabriele...perché mi fai questo?”
Il demone si fermò
meccanicamente ed interruppe la decapitazione svanendo, la melma
purulenta che gli bloccava le gambe si sciolse ed il taglialegna
diventò polvere. Le pareti della casa caddero ed il tetto ascese
verso l'infinito. Il corpo sanguinante di Isacco levitò a mezz'aria
e fu imprigionato da lunghi rovi di ferro arruginito provenienti dal
bosco deforme che gli lacerarono i muscoli. Il cielo nero come la
pece lo illuminava con una fluorescenza malata.
Gabriele apparve nella
radura e parlò.
“Isacco, provi dolore?”
“...si...tanto...”
“Hai paura?”
“...ti prego,
basta...basta...”
“No Isacco, non mi
fermerò. Tu ora morirai tra atroci sofferenze.”
“...perché?...cosa ti
ho fatto?...”
“Non mi hai fatto
niente, Isacco. Voglio solo divertirmi. Voglio solo giocare.”
I rovi di ferro mollarono
la presa, ma solo per afferrare meglio le ossa di Isacco per romperle
in maniera scomposta: braccia, gambe, costole. Fecero a brandelli ciò
che rimaneva degli abiti ed un rovo saettò nell'aria tranciando
quasi di netto il pene di Isacco. Un altro gli si infilò in bocca
maciullando lingua, denti e muscoli. Una corteccia schiacciò il suo
volto e dei chiodi la bloccarono conficcandosi nelle ossa facciali.
Buio.
Isacco era in piedi
dolorante, grondante sangue. Istintivamente si trascinò avanti per
cercare aiuto e raggiunse una strada asfaltata. A pochi metri c'era
la sua macchina e lì vicino vide sé stesso con Gabriele. Si
fissarono, cercò di parlare, ma non poteva. L'unica cosa che fece fu
alzare a fatica il braccio indicando il Male. Gabriele sorrise
e svanì nel nulla. Buio.
La polizia trovò
l'automobile di Isacco nei boschi e poche ore dopo Gabriele che
vagava sulla strada per il Rifugio Arcobaleno. Il corpo devastato di
Isacco non fu mai rinvenuto. Concimò l'erba e i fiori dei boschi
dove morì, vittima di un gioco sadico a cui prese parte per puro
caso.
Il male germoglia nei
luoghi più inaspettati. Si nasconde latente e innocuo, manifestando
il proprio orrore con estrema violenza al momento giusto, per poi
sopirsi in attesa di una nuova occasione.
domenica 20 dicembre 2015
Spam - racconto sci-fi weird sulle conseguenze del gameplay
La porta emise un
sinistro cigolio. Oltre, il buio.
Entrò lentamente
guardandosi intorno con la torcia elettrica, in cerca di provviste e
munizioni. L'Apocalisse Zombi aveva ridotto la razza umana a bande
rivali in lotta per la sopravvivenza e doveva tornare dal suo gruppo
con qualcosa da mangiare e possibilmente della benzina per il
genertore...poi un rumore improvviso. Uno zombi si avventò contro...
ERRORE INASPETTATO.
CONTATTARE L'ASSISTENZA.
Cazzo!
La Gamestation High
Reality si aprì con un sibilo, lasciandolo al suo interno nudo come
un verme, infreddolito e con i cavi attaccati al corpo. Le flebili
luci di emergenza illuminavano il grosso pulsante intermittente di
Richiesta di Assistenza. Lo premette.
“Gentile Abbonato,
la sua richiesta di assistenza è stata inoltrata. L'intervento
arriverà entro un'Ora di Gioco.”
Incredibile! Il suo
abbonamento Premium All Life con la Fony prevedeva 24/24 ore di gioco
ininterrotte, il download gratuito di tutti i giochi Fony,
Multiplayer Online, un account Musify per ascoltare tutta la musica
che vuoi senza mettere in pausa il gioco, nutrimento tramite flebo,
assistenza sanitaria integrata, rimozione automatica delle piaghe da
decubito, manutenzione ordinaria della Gamestation e cremazione del
corpo in caso di morte. Il suo Reddito Assicurato di Cittadinanza
veniva direttamente versato alla Fony, così da non dover perdere
tempo con ulteriori pratiche burocratiche. Con tutti i soldi che gli
dava, era inammissibile che la macchina avesse un'avaria del genere!
Il campanello suonò.
“Signor Jean
Papadopoulos, siamo l'Assistenza Fony. Tutti i dati da lei forniti
verranno utilizzati unicamente a fini contattuali nel rispetto della
Privacy. Per avere l'assistenza tecnica dovrà premere Accetta sulla
sua console, altrimenti prema Rifiuta.”
Premette il pulsante
Accetta.
La porta si aprì ed
entrarono due androidi. Quello simile ad un manichino di un negozio
di abbigliamento indossava una tuta da lavoro blu della Fony e
spingeva una sedia a rotelle. Dietro di lui fece il suo ingresso un
robot più squadrato e grezzo, con una tuta marrone e una grossa
cassetta degli attrezzi.
“Salve Signor
Papadopoulos, il mio nome è Lao e sarò il suo Androide di
Assistenza fino al termine della riparazione. Lui è Hans e si
occuperà del guasto della sua Gamestation Fony High Reality. Ora mi
permetta di aiutarla.”
Lao scollegò i cavetti
neurali da Papadopoulos, poi estrasse il catetere e il collegamento
rettale, per concludere togliendo l'ago della flebo. Con delicatezza
lo prese in braccio e lo adagiò sulla sedia a rotelle coprendolo con
un telo termico. Jean si accorse che le sue gambe erano totalmente
atrofizzate e che il ventre bianco e flaccido aveva la consistenza di
un budino.
“...Lao...” la voce
era un sibilo. Da quanto non parlava?
“Si, Signore?”
“...apri la
finestra...”
“Signore, i suoi occhi
non sono abiturati alla luce solare. Potrebbe riportare traumi
oculari.”
“...ok...” Jean
deglutì e aspettò guardando Hans che riparava la macchina.
Da quanto non sentiva
pronunciare il suo vero nome? Dark Borg, Elethienet, Lorne Malvo,
Lupo Maledetto...aveva perso il conto dei suoi nickname. Era stato un
Pirata del Cybercosmo, un giocatore di Bloodball, un Gangster di
Pechino, un Investigatore dell'Impossibile...ma chi era Jean
Papadopoulos? O meglio, cosa ricordava di sé stesso?
Nella luce soffusa di
emergenza della Gamestation intravide il calendario appeso alla
parete, fermo all'anno in cui aveva acquistato la macchina. Su un
tavolo il suo vecchio computer.
“...Lao, portami al
computer...”
“Si, Signor
Papadopoulos.”
Pulsante di accesnione.
Caricamento. Caricamento in corso. Attendere prego. Attendere prego.
Jingle. Doppio click Foto. Foto di bambini: figli? Nipoti? Foto di
anziani: genitori? Cane, vacanze, gente, aperitivo, donna, uomo,
uomo, paesaggio, foto sfocata, foto, foto, foto. Cambio directory.
Documenti, doppio click, promemoria, documenti...Jaean vedeva la sua
vita come un estraneo che spia i ricordi di uno sconosciuto.
Aprì la casella email.
401.942 email di spam.. L'ultima riportava una data di più di
duecento anni dopo quella del calendario appeso alla parete.
La data del computer segnava 0000. Ora 00:13.
“...Lao..in che anno
siamo?”
“Signore, non posso
tecnicamente rispondere alla sua domanda, poiché posso calcolare il
tempo solo in Ore di Gioco.”
“...da quante Ore di
Gioco sono collegato alla Gamestation?..”
“Da
undicimiliardicentoottantamilioniseicentoventiquattromilacinquecentoventi
Ore di Gioco, Signor Papadopoulos.”
“...puoi converire le
Ore di Gioco in anni civili?..”
“Certo, le Ore di Gioco
accumulate corrispondono a unmilioneduecentosettantaseimila
trecentoventisette anni, Signor Papadopoulos.”
“...Un Milione di
Anni!?.ci dev'essere un errore!..”
“Nessun errore, Signor
Papadopoulos.”
Jean strizzò gli occhi e
si leccò le labbra. “Apri la finestra Lao.”
“Come vuole, Signore.”
La luce solare invase la
stanza bruciando gli occhi di Jean. Lentamente riacquistò la vista.
Una lussureggiante foresta intricata aveva preso il posto del
panorama di palazzi, strade, cartelli pubblicitari, monumenti. Alcuni
edifici erano ancora in piedi, come monoliti nel deserto.
“...non respiro...”
Lao prese un respiratore
da sotto la sedia a rotelle e lo adagiò sulla bocca di Jean.
“...sono vivo...sono
vivo...come faccio ad essere vivo se è passato più di un milione di
anni?!.”
“Le App di Ricerca Fony
hanno sviluppato il plugin Immortalità. Lei accettando gli upgrade
contrattuali ha avuto automaticamente diritto al plugin Immortalità,
disponibile per tutti gli Abbonati Premium All Life Fony, Signor
Papadopoulos.”
“...Lao...che fine
hanno fatto tutti?..”
“Il 99% della
popolazione mondiale è collegata alla Game Station con Abbonamento
Premium All Life Fony, Signor Papadopoulos.”
“...e l'1%?..”
“L'1% sono gli
individui che hanno perso il diritto al Reddito Assicurato di
Cittadinanza per aver violato la Legge, requisito necessario per
stipulare un Abbonamento Premium All Life, Signor Papadopoulos.”
“...e dove sono?..”
“Non posso tecnicamente
rispondere alla sua domanda. I dati in mio possesso riguardano solo
gli Abbonati Fony, Signor Papadopoulos.”
“...ma, se tutta la
popolazione mondiale è collegata alle macchine, come possiamo
riprodurci?”
“La natalità degli
Abbonati è pari a zero, Signor Papadopoulos.”
“...ma...ma chi
gestisce la Fony?..”
“La Fony è un'Azienda
100% a gestione automatizzata e ad energia solare. Le App di Ricerca
sviluppano nuovi giochi e upgrade biologici per gli Abbonati, mentre
le App di Manutenzione si occupano delle Gamestations e delle
abitazioni degli Abbonati, Signor Papadopoulos.”
“...non...non c'è
nessun essere umano a gestire la Fony?..”
“No, Signor
Papadopoulos.”
“...cosa è successo
durante tutto questo tempo?..”
“Posso solo fornire
informazioni riguardo il Mondo Fony, Signor Papadopoulos.”
Jean ebbe un mancamento.
“...portami sul
corridoio del pianerottolo...”
Lao spinse la sedia a
rotelle fuori dall'appartamento. Porte impiallaciate finto legno
marrone nocciola correvano lungo il corridoio illuminato dai neon.
Alcune erano aperte.
“...Lao, portami dentro
quell'appartamento...”
“Signore, mi è
proibito svolgere azioni che permettano all'Abbonato di violare la
Legge.”
Jean a fatica spinse con
le braccia la sedia a rotelle ed entrò nell'appartamento di un suo
vicino. La porta era stata chiaramente sfondata dall'esterno. La
Gamestation Fony troneggiava al centro del monolocale...aperta.
Si avvicinò scorgendo il
contenuto: uno scheletro scomposto abitava la bara di plastica e
transistor.
Jean si tirò indietro,
poi visitò altri appartamenti violati, tutti con lo stesso orrendo
scenario.
Dei rumori provennero
dalle scale. Versi, passi, ringhi, soffi, mugolii. Jean si ritrasse
verso Lao.
Sul pianerottolo
apparvero un branco di bestie pelose e scimmiesche. Il volto
squadrato, le zampe tozze e muscolose, le fauci appuntite. Occhi
piccoli e neri. Lanciando versi minacciosi, si lanciarono verso Jean.
“LAO! PORTAMI NEL MIO
APPARTAMENTO DI CORSA E CHIUDI LA PORTA!”
Lao obbedì, prima che
gli animali feroci riuscissero a ghermirlo. Le bestie cominciarono a
battere fuori dalla porta.
“Riparazione
completata” disse Hans.
“La sua Gamestation
High Reality Fony è ora funzionante e pronta all'uso, Signor
Papadopoulos. E' ora possibile continuare a giocare.”
“No! Se uscite quelle
bestie entreranno e mi uccideranno! Barricate la porta! Chiamate la
polizia! Aiutatemi!”
“Il servizio di
assistenza è terminato, Signor Papadopoulos. Per ogni reclamo può
contattare il Servizio Clienti online.”
Lao ripose Jean nella
Gamestation, ricollegandolo a cavi, tubi e aghi.
“No! Vi prego! No!”
“Gazie mille per la
pazienza, Signor Papadopoulos.”
Lao chiuse il coperchio.
Jean era online
affrettandosi a raggiungere il Servizio Clienti, ma presto la
Gamestation fu divelta dagli sciacalli feroci, che smembrarono
selvaggiamente il povero Abbonato divorandone il cadavere.
Jean Papadopoulos, come
altri suoi simili, fu il facile pasto in scatola dei discendenti
evoluti dopo un milione di anni da quell'1% della specie
umana.
FINE
lunedì 16 novembre 2015
Il Quadro (The Picture) - racconto sulla follia dell'arte o sull'arte della follia
Henri, colpito da una
grave appendicite, era costretto al letto. Nel suo piccolo e spartano
monolocale la sua attività preferita era leggere libri su paesi
lontani. Il suo amico Pablo lo aiutava con piccole commissioni e
nuovi libri che arricchivano le pile accatastate sul pavimento.
Toc toc
“Avanti” disse Henri
La chiave girò nella
serratura e fece la sua comparsa Pablo con un grosso ingombro che
trasportava con entrabe le mani.
“Pablo! Ma che cos'è
quella roba?!”
“Un regalo per te.”
Poggiò a terra il pacco grosso e piatto ed iniziò a scartarlo
“Tadaaaaa!”
“Un quadro? Io non ho
quadri.”
“Appunto! In questa
stanza non c'è una nota colorata, solo pile di libri e pentole.
Henri, hai bisogno di cose belle da vedere.”
“Bhè...in effetti
apprezzo il gesto. Avvicinalo, fammelo vedere meglio.”
La tela era contornata da
una semplice cornice in legno scuro e ritraeva una stanza: in primo
piano un tavolo con un cesto di frutta, in parte caduta sul tavolo, e
un vasetto di fiori su una tovaglia a righe bianche e rosse; affianco
un mezzo grammofono appoggiava su un apparente caminetto.. Sullo
sfondo una tenda tirata per una parte, apriva una stanza
caratterizzata da una grande finesta che affacciava su un panorama di
tetti e montagne ancora più in là. Le pareti, la tenda e il
pavimento erano ricopperti di arabeschi di vari colori. Tutto sarebbe
stato abbastanza normale se non per le prospettive mutevoli e le vie
di fuga ambigue che rendevano il tutto...bizzarro.
“...Ti piace o no?”
“Si...dieri di si...non
saprei, non ci capisco di arte...ma direi che mi piace.”
“Bene! Lo vogliamo
appendere davanti al letto? Così potrai contemplarlo quando vuoi.”
Preso martello e chiodi,
Pablo fissò il quadro alla parete. “Ora devo andare Henri, ci
rivediamo nei prossimi giorni.”
“Va bene Pablo, grazie
mille...aspetta...” Pablo uscì dalla camera senza che Henri
finisse la frase.
Si era dimenticato di
chiedergli dove avesse preso il quadro.
Quella sera Henri non
riusciva a dormire e un fastidioso mal di testa rendeva la lettura
difficile. Alzò lo sguardo verso il quadro. Inizialmente la sua
attenzione fu catturata dalla frutta caduta sul tavolo: limoni? Mele?
Pesche? Arance? La pennellata dell'artista non era netta, tutt'altro,
rendendo gli oggetti comprensibili, ma non del tutto. Poi vagò con
lo sguardo nella camera dipinta, per ammirare la tenda tirata da una
corda, ricoperta di disegni nebulosi e variopinti. “Entrò” nella
seconda stanza. Li si “affacciò” dalla finestra sul paesaggio
sfocato...notò qualcosa...
Tra la finestra chiusa e
la tenda tirata, c'era un piccolo rettangolo di tela che prima non
aveva notato. Dentro quel rettangolo c'era un volto indefinito. Non
era chiaro se fosse l'artista che si specchiava da dietro il tavolo
con la frutta, o se fosse un'altra stanza oltre quella con la
finestra. Non si ricordava di quel volto...
Henri si addormentò.
“Curioso” disse
Pablo.
“Mi comunica
inquietudine, ma anche calma.”
“Neanche io avevo
notato il volto.”
“Queste vie di fuga
paradossali, queste geometrie inesatte, queste pennellate
indefinite...originale...”
I due amici fissavano il
dipinto seduti sul letto da almeno un'ora.
“Henri, ora devo
proprio andare all'ufficio postale a spedire una lettera importante,
ci vediamo nei prossimi giorni.”
“Ciao Pablo, grazie
della visita...ah, dove hai...” Pablo era uscito. Anche questa
volta si era dimenticato di chiedergli dove avesse preso il quadro.
“Pronto Pablo...vieni
subito!”
Henri camminava
nervosamente nella stanza, osservando con la coda dell'occhio il
quadro, ma senza mai soffermarcisi troppo.
Entrò Pablo.
“Cosa è successo,
amico mio?!”
“Pablo, guarda il
quadro, guarda bene...guarda il volto!”
“...Henri...ti
assomiglia...”
“Sono io Pablo! Il
volto nel quadro è il mio! Pablo...dove hai preso il quadro?!”
“...”
“Dove!”
“Henri...da quando ti
conosco il quadro è sempre stato qui...”
Henri sbiancò in volto.
“Cosa dici? L'hai portato tu pochi giorni fa!”
“Non è vero Henri,
io...”
“Tu vuoi farmi
diventare pazzo! Sei entrato di notte ed hai dipinto tu il volto
mentre dormivo! Prima l'hai abbozzato, poi l'hai reso simile al mio!
Perché vuoi farmi impazzire, eh?! Perché!!!”
“Henri, calmati!”
“Fuori! Vattene via! E
non tornare mai più!”
Henri cacciò Pablo dalla
stanza sbattendo la porta, poi con rabbia staccò il quadro dal muro
e lo lanciò fuori dalla finestra.
Al suo risveglio Henri
vide che il quardo era ancora appeso al muro. Una lettera affrancata
era stata fatta passare sotto la porta d'ingresso:
“Caro Henri,
dove sono ora tutto è
strano e diverso. Ciò che credevo certo si è rivelato un'illusione.
Cosa ci spinge a credere in quello che percepiamo? Perché non
possiamo vedere la meraviglia che si nasconde dietro le geometrie
convenzionali? Henri, dovresti vedere questi colori e queste forme.
Henri, devi raggiungermi. Henri, è meraviglioso.
Pablo”
Henri svenne.
Aprì gli occhi. Un
turbinio di forme e colori indefiniti gli trafisse gli occhi. Davanti
a lui un tavolo con della frutta caduta, una tenda scostata, una
finestra che dava su delle case, in fondo uno specchio dove si
rifletteva il suo volto. Si girò. Una tela appesa al muro
raffigurava la sua stanza con il letto vuoto e le pile di libri sul
pavimento.
Urlò, si nascose sotto
il tavolo. Vi rimase per molto tempo in stato catatonico, forse ore,
forse giorni, forse secoli. “Henri, dovresti vedere
questi colori e queste forme.”
Si alzò in piedi, prese
uno dei frutti dal tavolo e lo morse. Tra i denti sentì una sostanza
morbida sciogliersi in bocca e potè distinguere nettamente il sapore
di giallo e di rosso. Annusò i fiori del vaso che lo costrinsero a
portarsi entrambe le mani sulle narici come a difendersi da una tale
fragranza mai annusata in precedenza, così piacevole da rimanerne
terrorizzato. Hernri pianse dalla gioia. Si spostò verso il
grammofono sul caminetto e lo mise in funzione. Dopo l'iniziale
gracchiare, un suono sconosciuto riempì le sue orecchie. Non c'era
melodia o armonia. Il contrappunto era inesistente e gli strumenti
indistinti. “Ciò che credevo certo si è rivelato
un'illusione.” Le ginocchia di Henri cedettero e cadde a peso
morto. Rialzatosi a fatica passò sotto la tenda scostata da una
corda e vide la sua figura allo specchio. Una serie di macchie
colorate definivano Henri. “Cosa ci spinge a credere in quello
che percepiamo?”
Aprì la finestra e si
affacciò. Un villaggio nebuloso circondava l'abitato, sull sfondo
delle montagne grigie si fondevano con il cielo. “Perché non
possiamo vedere la meraviglia che si nasconde dietro le geometrie
convenzionali?”
Era solo, esplorando i
vicoli informi del villaggio. Non c'erano abitanti, né porte, né
finestre. Dopo la foresta di edifici il mare, o l'oceano, o una vasta
distesa d'acqua mutaforme: blu, azzurro, celeste, bianco, spuma,
onde, vuoto, spazio siderale, solitudine.
Una figura emerse
lentamente dal colore: un enorme Octopus si ergeva davanti Henri,
paralizzato dalla gigantesca mostruosità. In un boccone lo divorò.
Picasso bussò alla
porta.
“Pablo, entra pure!”
“Cosa volevi farmi
vedere di così urgente?”
“La mia nuova opera. Si
chiama Interno con fonografo.”
Matisse fece accomodare
Picasso nell'altra stanza.
“Henri, è
meraviglioso!”
“Grazie Pablo, ma ora
ti devo raccontare un sogno che ho fatto qualche tempo fa....”
FINE
mercoledì 4 novembre 2015
Visioni Spettrali - fotografie di inquietudini
Fotografie realizzate in occasione di Halloween 2015 presso Villa Badde, Leonessa (RI), Italia.
Fotografie: Simona Moscadelli
Set e Photo Editing: Andrea Zeschi
| L'Uomo del Bosco con ascia |
| L'Uomo del Bosco con gancio |
| Il Campanaro |
| Figura in Bianco |
| Mani: Filo Spinato |
| Mani: La Fonte |
| Mani: La Legnaia |
| Mani: Rovi |
domenica 18 ottobre 2015
Captain Mechbeard / Willy l'Orbot - disegno per contest robotico
Captain Mechbeard è un mecha ideato per il contest Disegna il Robot organizzato dal CRStudio nel 2015. Ideato sulla falsa riga del personaggio storico Barbanera, è stato revisionato dall'illustratore Simone Daraghiati e ribattezzato da lui stesso Willy l'Orbot. Il primo realizzato a pastelli e penna, il secondo in computer graphic. Qui di seguito i due disegni a confronto, "prima e dopo la cura" (in piccolo la versione con l'ancora).
lunedì 5 ottobre 2015
Le Cronache delle Scimmie Pirata: la Saga di Quick - Episodio 6 (The Chronicles of the Pirate Monkeys: the Saga of Quick - Episode 6)
Episodio 6:
La Grande Fuga
“Che lo spettacolo abbia inizio!”
gridò Luis Le Grand al centro dell'arena.
Uno scroscio di applausì e grida
saturò il tendone. Uomini, donne, vecchi, bambini, storpi e dementi
affollavano gli spalti, l'uno ammassato all'altro come vermi in un
secchio.
La banda attaccò fragorosamente
sovrastando il clamore del pubblico ancora più eccitato. I battiti
cardiaci divennero sempre più veloci.
Ecco gli acrobati: balzi, capriole,
piroette, poi tutti a penzolare in alto tra le funi lanciandosi da
un'altalena all'altra. Al suolo una foresta di nasi all'insù in
attesa del primo collo rotto.
Un gruppo di nani salterini fece da
ponte tra gli acrobati e i pagliacci, che tra una torta in faccia e
una caduta rocambolesca fecero sbellicare dalle risate gli astanti.
La scena dei clown poliziotti che inseguivano su dei piccolissimi
tricicli i clown ladri a loro volta su dei piccolissimi monocicli,
causò l'infarto a un povero vecchio che fu immediatamente portato
fuori di peso dagli inservienti senza che nessuno se ne accorgesse.
Buio in sala “Signore e Signori...”
il silenzio calò nel tendone “è arrivato il momento più
emozionante dello spettacolo, ma anche quello più sfrenato e
pericoloso...quindi vi prego di non fare movimenti improvvisi e di
non applaudire se non dopo il segnale dei nostri artisti!”
Silenzio.
“...Signore e Signori, benvenuti
nelle Terre Selvagge!” come se Le Grand non avesse fatto
raccomandazioni sull'evitare rumori, la banda attaccò una marcia
trionfale che precedette l'ingresso degli elefanti, capeggiati dal
capo addestatore Dunfrey in groppa ad uno di essi. Poi le giraffe a
ruota. Sotto di lui una squadra di addestratori teneva a bada le
bestie con fruste e pungoli di ferro. “Oooooooohhhhh!” esclamò
il pubblico che non aveva mai visto bestie esotiche.
Un carosello di sfilate e inchini
animali stupì il pubblico: le giraffe leccavano i cappelli piumati
delle signore, mentre gli elefanti rubavano e restituivano ai
legittimi proprietari le bombette e i cilindri dei rispettabili
signori di Boston, scatenando l'ilarità generale.
“Figli miei, ci siamo quasi,
ricordate il piano passo per passo, nessun errore!” disse Mama al
buio dietro le quinte. Le scimmie silenziosamente fecero si col capo.
Elefanti e giraffe si disposero in
cerchio costretti dagli addestratori e con un colpo di cimbali fecero
ingresso le scimmie, che correndo in cerchio provocarono scompiglio
tra la folla. Un bambino tirò la coda ad un gibbone che dolorante
non poté far altro che allontanarsi urlando sotto la minaccia delle
fruste. Baracus stringeva in braccio il piccolo fratellino Finley,
che con i suoi occhioni blu scioglieva i cuori delle signore al suo
passaggio. Dunfrey, sceso dall'elefante, iniziò a dirigere i numeri
con le scimmie in un mix di acrobazie e gag: lo scimpanzé che
nasconde la banana all'addestratore per poi tentare di mangiarla
mentre è girato dall'altra parte, la piramide di scimmie, la
“Famiglia Scimmioni” comprendente mamma, papà e figli travestiti
da umani con sgargianti parrucche, e la “corsa selvaggia”, dove
tutte le scimmie iniziarono a correre per l'arena saltando l'una
sull'altra in uno tzunami peloso e urlante.
Poi le luci tornarono basse e tramite
dei filtri di vetro applicati dagli inservienti sui lucernari del
tendone, un bagliore verde illuminò l'arena.
La banda iniziò una musica tribale e mentre una pesante nebbia strisciava a terra, un enorme paiolo bollente fu fatto entrare. Dal fondo del tendone, trasportata a spalla da due grossi gorilla, fece il suo ingresso Mama “la Scimmia Voodoo” vestita con una tunica colorata ed un eorme copricapo piumato, accompagnata dalla sua “schiava umana” Josephine, tirata con un guinzaglio di catena e vestita succintamente di pelli e liane pendenti.
La banda iniziò una musica tribale e mentre una pesante nebbia strisciava a terra, un enorme paiolo bollente fu fatto entrare. Dal fondo del tendone, trasportata a spalla da due grossi gorilla, fece il suo ingresso Mama “la Scimmia Voodoo” vestita con una tunica colorata ed un eorme copricapo piumato, accompagnata dalla sua “schiava umana” Josephine, tirata con un guinzaglio di catena e vestita succintamente di pelli e liane pendenti.
Il numero in sé non era niente di che,
ma l'atmosfera magica teneva incollato il pubblico alla scimmia, che
muovendo le mani sopra al paiolo creava fumi e schizzi d'acqua
colorata attraverso delle sostanze chimiche che lasciava cadere,
intramezzati da scenette teatrali tra la scimmia e la sua schiava,
che facendo finta di morire veniva “rianimata” dalla Scimmia
Voodoo.
Baracus diede un'occhiata a Chimpa, che
mosse il capo e a sua volta fece un cenno a Bongo, uno de gorilla che
aveva trasportato Mama. Era arrivato il momento.
Bongo afferrò un ciocco di legna in
fiamme sotto al paiolo, seguito a ruota dall'altro gorilla e
dirigendosi verso elefanti e giraffe iniziarono a spaventarli con il
fuoco. Gli addetratori rimasero sorpresi da quello che stava
succedendo e non riuscirono a frenare le bestie che iniziarono a
dimenarsi prima sull'arena per poi travolgere gli spalti. Le scimmie
si avventarono contro gli addetsratori cercando di disarmarli. Bongo
preso alla sprovvista fu infilzato in un occhio da un pungolo di uno
degli addestratori, ma con un malrovescio staccò di netto la testa
dell'uomo. Hermes sul dorso di un elefante tirava le sue lunghe
orecchie, facendolo ancora più imbestialire e distruggere le
panchine del pubblico che scappava nel panico più totale verso le
uscite.
Mama guardò Josephine, che nel panico
era rimasta immonbile “Mi spiace Josephine, ti ho amata, ma sei tu
ad aver scelto questa vita, non io” le diede un bacio sulle mani e
scappò insieme alle altre scimmie, che nel frattempo si erano
incanalate con il pubblico verso la fuga.
In tutto questo marasma di parapiglia e
fuggifuggi, improvvisamente uno dei pali portanti cedette sotto la
carica di un elefante precipitando proprio su Luis Le Grand, che nel
frattempo era sceso nell'arena per affrontare le scimmie e fermare
gli animali inferociti. Sbudellato dal legno appuntito, possiamo
affermare che morì nel modo più appropriato, avendo causato una
fine simile a suo fratello. Oggi è ancora possibile visitare la sua
lapide corrosa dal tempo nel vecchio e angusto cimitero di Boston.
![]() |
| Josephine la Voodoo Lady |
L'appuntamento era su una piccola
altura nascosta dagli alberi vicino la città. Molte scimmie non
arrivarono mai, altre si leccavano le ferite, altre morirono su
quella collina. “Hermes, sei riuscito a vedere nella lotta Mama e
Baracus?” chiese Chimpa.
“No...no, affatto...”
Una scimmia risaliva il crinale.
“Baracus!”
Con un braccio portava il non-cadavere
di Mama e con l'altro...il cadavere di Finley.
“Oh no...” disse Chimpa.
“Finley...non me ne ero accorto...è
stato schiacciato dalla folla...non me ne ero accorto...”
singhiozzò Baracus in lacrime.
“Baracus...io...e Mama?...”
“...Dobbiamo trovare Octopus
Island...”
“Wow” esclamò Quick.
“Puoi dirlo forte, wow...” rispose
Hermes.
“Quindi la scimmia rinsecchita che ho
visto era Mama.”
“Hey, non chiamarla scimmia
rinsecchita!”
“Scusa.”
“Comunque si, è lei e la vogliamo
portare su Octopus Island.”
“E dove si trova?”
“Bella domanda scimmietta! Non lo
sappiamo, questa è la verità. E' un'isola che non c'è, un'isola
magica e maledetta...navighiamo per i mari alla sua ricerca.”
“...Baracus Le Grand...!...Perché ha
preso il nome del vostro aguzzino?”
“Dopo essere stato eletto capitano
della nave da noi scimmie, Baracus voleva trovare un nome che
incutesse timore nei cuori degli uomini. Quale nome migliore se non
quello di chi ci ha tenuto in catene per anni rendendoci schiavi e
infelici?...e poi diciamocelo: noi scimmie non è che conoscevamo
così tanti nomi!”
“Ma...il piccolo teschio di scimmia
che Baracus porta sul cappello...è quello di Finley?”
Hermes annuì.
“E cosa è successo dopo la fuga,
come siete diventati dei pirati?!”
“Abbiamo vissuto di espedienti
vagando verso sud. Accoglievamo tutte le scimmie in prigione che
incontravamo insegnadogli a parlare. A New Orleans abbiamo rubato una
nave, e una bertuccia di un marinaio ci ha insegnato a navigare...poi
è leggenda!”
“Ma si racconta di voi dai tempi di
mio nonno...come...”
“Non invecchiamo scimmietta, non
sappiamo perché, ma non invecchiamo...forse è l'influsso voodoo di
Mama...dei passi provengono dal corridoio, ti devo lasciare!”
“Aspetta!...”
La chiave girò nella porta della
prigione che si aprì.
FINE SESTO EPISODIO
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